
Autore: Massimiliano Brolli
Data Pubblicazione: 1/06/2021
Molto spesso mi viene chiesto come poter sostituire il software obsoleto presente sulle applicazioni evitando gli elevati impatti economici, le riscritture di codice e soluzioni custom. Purtroppo non c’è una risposta o una soluzione definitiva, in quanto tutte le cose (e anche le applicazioni) hanno un loro ciclo di vita.
È però possibile dare delle indicazioni su come trattare in modo efficace il fenomeno dell’obsolescenza, cosa che tenterò di fare con questo articolo.
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È un fenomeno derivato dal fatto che una componente software (ad es. un sistema operativo, un framework di sviluppo, ma anche il firmware di uno smartphone o di una stampante) ha un periodo di supporto da parte del fornitore limitato nel tempo, che di solito risulta sufficientemente lungo. Superato questo periodo il fornitore cessa la fornitura di aggiornamenti e bug-fix (comprese le patch di sicurezza) causando l’accumulo e la stratificazione delle vulnerabilità nel tempo e rendendo i nostri sistemi facilmente violabili.
Si tratta di un rischio che consente vettori di attacco molto pervasivi come ad esempio i pericolosi RCE (Remote Code Execution) capaci di compromissioni e impatti di ogni natura e profondità. Purtroppo, spesso, la via più immediata per trattare un sistema obsoleto è riscriverlo o riadattarlo alle più recenti componenti software. Su applicazioni enterprise questo può risultare altamente costoso oltre a non dare vantaggi agli utenti in termini di CX. Ciò costituisce un ostacolo importante, che spesso porta l’utente a dire “sono pienamente soddisfatto del mio sistema e non vedo il motivo di dover spendere dei soldi per riaverlo esattamente come prima”.
Siamo realisti, non è facile trasmettere questi concetti ad utenti non esperti di sicurezza. Per mia esperienza aiuta molto dimostrare ciò che è possibile fare sfruttando l’obsolescenza tecnologica; l’utilizzo di messaggi diretti come: “Sottrazione di tutte le carte di credito degli utenti da rete internet in accesso anonimo a causa dell’obsolescenza tecnologica“, vi assicuro che vale più di altre mille altre parole.
Addentriamoci nel merito, come sempre la sicurezza passa per i soliti due concetti ovvero la “Security by Design” e “Long-Term Security” e questo fenomeno, ovviamente non è da meno.
Terminata la “Security by design” si entra nella “Long-term security” e alla successiva fase di gestione dell’obsolescenza.
L’obsolescenza tecnologica è come la data di scadenza di una medicina. È una minaccia che, anche se oggi non è presente, prima o poi si manifesterà. Errori grossolani di progettazione sulle nuove applicazioni portano ad avvicinare frettolosamente questa data, quindi occorre prestare massima attenzione ai nuovi sistemi.
La strada del replatforming (qualora possibile) risulta sempre la migliore, ma sulle applicazioni legacy/enterprise già obsolete non sempre è percorribile, a causa dei massicci investimenti richiesti. Qualora non sia possibile un buon “cleaning” (hardenizzazione e messa in sicurezza delle vulnerabilità rilevate) può consentire una drastica riduzione – e alle volte una completa bonifica – del rischio dovuto all’obsolescenza tecnologica. Questo intervento (normalmente di basso costo) dovrà essere eseguito “da mani esperte” in quanto può bastare una sola vulnerabilità per rendere vano l’intero lavoro svolto.
E’ inoltre buona norma una volta completata l’attività di “cleaning”, verificare con cadenza ricorsiva (almeno una volta all’anno) la presenza di ulteriori vulnerabilità sfruttabili, per evitare l’”accumulo” e la “stratificazione” che l’obsolescenza genera nel tempo.
In tutto questo, ricordiamoci sempre che le applicazioni sono “allergiche” agli aggiornamenti software e che seppur sia corretto aggiornare i sistemi con cadenza regolare (rischio di compliance per tipologie di dati trattati) non è sempre possibile farlo per ragioni di servizio e di costo; conviene spesso concentrare le forze nella risoluzione puntuale delle minacce rilevate sugli host vulnerabili. Non sottovalutiamo anche il fatto che alcune volte le patch di sicurezza sui sistemi supportati risolvono vulnerabilità pregresse ma ne inseriscono di nuove (ad esempio la CVE-2017-10271 su Oracle, che introduceva una pericolosa RCE e DOS non presenti nella precedente CPU).
Inoltre – e paradossalmente – passato un certo tempo dall’inizio dell’obsolescenza si assiste ad un abbattimento del livello di rischio per una carenza di interesse nelle community underground e per l’assenza di strumenti di attacco capaci di gestire quella determinata tecnologia oltre che per l’assenza di letteratura sulle vulnerabilità presenti così come viene mostrato nel grafico di seguito.

Concludendo, occorre effettuare sempre il replatforming dei sistemi. Ma se la “security by design” non è stata svolta o siamo entrati in obsolescenza è possibile agire efficacemente sul sistema ma questo deve essere fatto da “mani esperte”; resta a noi valutare con precisione gli skill di chi supervisionerà questo genere di attività decisamente molto più vicine all’offensive-security che al mondo sella Security high-level.
Rendere sicuro un sistema obsoleto potrebbe essere possibile (a patto che convenga) ma richiede una grande precisione e attenzione sui dettagli. Purtroppo tutto questo si scontra con una grande carenza negli skill e una assenza di consapevolezza del rischio presente nella piccola, media e grande impresa e su cosa potrebbe accadere quando quella minaccia si trasformi in compromissione, ma questo è un altro problema.
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