
L’informatico e fisico americano Edward Fredkin, scomparso a giugno, ha lasciato un segno indelebile nella scienza, nonostante la sua morte sia passata quasi inosservata.
Il ricercatore ha dato un contributo significativo allo sviluppo dell’informatica e della fisica. Sosteneva che le leggi della fisica dell’universo sono il risultato di un algoritmo informatico. Recentemente, questo approccio alla fisica è diventato sempre più popolare. “Ora è un’idea rispettabile“, ha detto Norman Margolus, un informatico canadese.
Alla fine degli anni ’60 Fredkin riconobbe le difficoltà che potevano sorgere nel campo dell’intelligenza artificiale, anche in relazione alla sicurezza nazionale, e sostenne attivamente la cooperazione internazionale in questo settore.
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Fredkin fu anche in prima linea nello sviluppo del reverse computing. Nonostante i dubbi iniziali sull’implementazione di un simile approccio sui computer classici, Fredkin e i suoi colleghi hanno dimostrato che alcune porte logiche possono eseguire operazioni reversibili.
Tuttavia, l’idea più intrigante di Fredkin è stata quella di immaginare l’universo come un “automa cellulare”, un insieme di cellule computazionali che funzionano secondo determinate regole. Egli supponeva che da queste semplici regole potesse derivare tutta la complessità del cosmo.
Seth Lloyd, un ingegnere del MIT, sostiene che per comprendere i fenomeni della meccanica quantistica, la teoria dell'”universo digitale” di Fredkin potrebbe richiedere una transizione dalle regole computazionali classiche a quelle quantistiche. Questo approccio potrebbe aiutare a risolvere alcuni dei misteri più profondi della fisica, inclusa la teoria quantistica della gravità.
Secondo gli scienziati, se l’universo fosse davvero il risultato di un sistema a livello quantistico, potrebbe fornire indizi sugli aspetti ancora inesplorati della meccanica quantistica, aggiungendo così un nuovo capitolo alla storia della scienza.
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