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Il cyberodio tra i popoli sta peggiorando il mondo

Il cyberodio tra i popoli sta peggiorando il mondo

21 Agosto 2022 08:00

Autore: Massimiliano Brolli e Olivia Terragni

Siamo stati abituati alla propaganda, ad utilizzare il nemico per stimolare i propri interessi creando disinformazione, generando guerre informatiche ed erigendo muri, prima di semplici mattoni, oggi digitali per dividere sempre di più il mondo e agevolare il potere, l’influenza e il dominio economico.

Ma forse stiamo arrivando al punto di non ritorno.

Si tratta di quel solco di confine, dove l’odio imperversa e prende il sopravvento su lealtà, lucidità e razionalità, il quale sta per essere superato. Quell’odio che ha creato i più grandi disastri della storia (i quali dovremmo conoscere bene) dove l’uomo non è riuscito a trovare quella “mediazione” per il bene comune credendo nell’onnipotenza della propria cultura, razza e dottrina.

Un Tweet del 16 Agosto è stato diffuso ieri all’interno della community di Red Hot Cyber che ci ha lasciato riflettere sugli equilibri geopolitici di questo periodo storico e di come i rapporti, da sempre tesi tra Stati Uniti D’America e Cina, siano ormai ai minimi storici e dove una piccola miccia potrebbe far accendere un grosso fuoco fuori controllo e avviare una escalation mondiale.

La cosa inverosimile, da quello che è il nostro pensiero, è che nessuno sta facendo nulla per poter trovare nuovi equilibri capaci di permetterci di convivere e condividere un pianeta quasi al collasso, dove anche la stessa natura sta ostacolando l’avanzata del genere umano e da tempo sta mostrando i suoi denti.

Il 16 agosto scorso Zhao Lijian (cinese :赵立坚; pinyin : Zhào Lìjiān ; nato il 10 novembre 1972) politico cinese e vicedirettore del Dipartimento per l’informazione del ministero degli Affari esteri cinese, e 31° portavoce del governo, pubblica questa immagine su Twitter, dove riporta chiaramente la loro visione degli Stati Uniti D’America.

Noi di RHC non ci siamo mai schierati e non abbiamo mai preso le parti di nessuno e da sempre abbiamo riportato notizie in modo asettico provenienti da tutti i fronti, per lasciare al nostro pubblico di stilare le proprie conclusioni.

In questo caso però incentiviamo una riflessione da parte di tutti su quello che sta accadendo e di come l’odio si nasconda dietro gli interessi economici dei paesi in un mondo globalizzato, nel quale nessuno può farcela da solo e dove tutti, nel bene o nel male, facciamo parte di un tessuto interconnesso nel quale siamo dipendenti gli uni dagli altri.

Non tardi sono arrivate le repliche su Twitter, riportando il rovescio della stessa medaglia, mostrando gli orrori della guerra e l’intolleranza verso i messaggi forti che giorno dopo giorno invadono internet in operazioni di influenza da parte di tutti gli schieramenti dello scacchiere politico mondiale.

PsyOps e PsyWar vengono chiamate e il loro nome è stato coniato nella guerra convenzionale.

Ma il cyberspace oggi è il nuovo campo di battaglia dove è possibile generare influenza e rafforzare atteggiamenti e comportamenti favorevoli agli obiettivi economici di chi li pratica, talvolta in combinazione con operazioni o tattiche di “false flag” e quindi generare quella che spesso chiamiamo “difficoltà di attribuzione”.

Dimenticandoci del cyberspace, ci viene in mente Karol Wojtyla, il caro Giovanni Paolo II che entrò in scena nella Guerra del Golfo quando si schierò contro l’Occidente e i governi arabi. I suoi richiami erano stati ascoltati con fastidio da tutti gli schieramenti politici, ma fu il primo a chiedere una “pausa di riflessione”.

Si, serve una “pausa di riflessione”. Occorre a questo mondo iperconnesso e virtuale un momento per riflettere e deve essere stimolata da tutti i vertici dei governi occidentali e soprattutto dal nostro Papa Francesco. La Chiesa spesso ha fatto la differenza per avviare negoziati di pace capaci di avviare il dialogo.

Il dialogo faccia a faccia, non quello che oggi spesso conosciamo dietro uno schermo a suon di Tweet.

Questo sarebbe importante stimolare e non aspettare la crisi, e quindi subito mitigarne il rischio di una escalation globale, che a quanto pare non sembra essere lontana, tenendo in considerazione anche quanto sta accadendo in Ucraina.

Il destino di Taiwan definirà l’equilibrio di potere nel 21° secolo?

C’è una strategia della Cina, che è quella dell’attacco preventivo per conquistare il potere e si potrebbe dire – in questa particolare politica – essere simile alla Russia. Se guardiamo il suo territorio nulla potrebbe far pensare che non sia protetta dalle sue caratteristiche geografiche ma al tempo stesso quando gli occidentali si azionano come osservatori delle sue politiche territoriali, i cinesi non lo apprezzano affatto.

E’ proprio la parola “sicurezza geopolitica” che usiamo a farli irritare più di tutto, perché questa sicurezza per loro non ha nulla a che fare con i diritti umani e con gli interessi della collettività.

Questo perchè contrariamente a noi occidentali che mettiamo l’individuo prima di tutto, in Cina non si potrebbe potenzialmente fare, perché metterebbe a rischio la maggioranza. La democrazia non funzionerebbe, perché indebolirebbe la sua stessa struttura. 

E’ pacifico avere un pensiero diverso, a patto – pensiamo – che la sovranità di un popolo venga rispettata. 

A questo e molto altro si aggiunge la questione Taiwan, che la Cina, da sempre, rivendica ma che è ostacolata dagli USA oltre alla questione della navigazione nell’Oceano Pacifico.

Xi – intanto –  ha chiarito che vuole portare Taiwan sotto il controllo della Cina entro i prossimi anni. La questione è ostica e dura dalla fine degli anni ‘50. ma basti comprendere che se Taiwan dichiarasse la sua indipendenza dalla Cina, l’intervento USA sarebbe una provocazione.

Ed ecco la ragione che spinge i leader cinesi a criticare gli Stati Uniti: un avviso per ricordare che sono – secondo loro – provocatori, laddove i cinesi hanno sempre optato per un approccio più morbido della questione. Entrambi i paesi tuttavia si criticano reciprocamente, la Cina accusa gli USA di manipolare l’informazione su Pechino, Washington invece ribadisce sempre più come la Cina sia un rivale pericoloso. 

Una guerra probabile?

Forse la NATO dovrebbe ripensare al recente vertice di Madrid, in cui si è assunta una politica anti-Cina [minaccia e sfida sistemica all’Alleanza] e in cui la questione importante – in un momento di gradi trasformazioni – sarebbe dovuta essere quella di pensare ad ampliare le alleanze e la cooperazione economica invece che ad un'”economia di guerra” basata sull’ipotesi di una replicazione pericolosa del modello usato per la Russia, che potrebbe portare ad ulteriori crisi mondiali.

Sulla regione Indo-Pacifica si parte dalla questione “sicurezza” ma che effettivamente diventa il nuovo baricentro del dominio mondiale. La risposta della Cina non si è fatta attendere, anche la NATO rappresenta “una minaccia per la stabilità mondiale e di essere un’organizzazione che scatena guerre in giro per il mondo”.

come andrà a finire? Nessuno lo può sapere, ma sicuramente avviare un dialogo, è sempre la cosa migliore per il bene di tutti. Non credete?

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Olivia Terragni 150x150
Autore, ex giornalista, laureata in Lettere e Filosofia con indirizzo storico-economico e poi in Architettura, ha poi approfondito i suoi studi in Network Economy e in Informations Economics, conclusi con un Master in Cyber Security e Digital Forensics e un Master in Filosofia e Governance del Digitale. Appassionata di innovazione tecnologica e sistemi complessi e della loro gestione nell’ambito della sicurezza e della loro sostenibilità in contesti internazionali. Criminalista. Velista ottimista.
Aree di competenza: Geopolitica, Intelligence, Minacce Ibride, Divulgazione

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